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Di porte aperte non si può morire

***
Catania.
Novembre 2011.

"Ciao, questo è l'ultimo messaggio che ti scrivo. 
Non mi sento di considerare chiusa un'amicizia senza sapere il perché. In effetti, non ci sono stati litigi, né altro. Vorrei solo sapere cosa sia successo e "perché" me lo sia meritato. 
Se ci tieni un minimo a me, penso di meritarmi due parole, siano pure per mandarmi a quel paese. Vorrei solo saperlo. Potrei ripetere mille volte queste frasi, ma che senso avrebbe? 
D'altra parte che ti considerassi un fratello, a te non è interessato. 
Se ti volessi bene o no, se ci tenessi a te o meno... tu lo sai. Pensaci"

***
Milano.
Febbraio 2018.

Scrivo veloce perché il tablet verde acqua potrebbe abbandonarmi da un momento all'altro.
Ho letto l'ultimo post di DoppioGeffer ("Quel filo nero che ci unisce") tutto d'un fiato, alla quarta o quinta riga ero già in lacrime perché avevo capito dove andasse a parare, e non ho potuto che pensare... quanto tempo perdiamo nella vita riempendoci di "E se..."?
Ecco, io non lo faccio quasi mai. Sono frettolosa e litigiosa, ma non riesco a serbare rancore.
Anche se mi stacco, non troverai mai con me una porta totalmente chiusa.
Ci saranno pure quattro serrature, ma una ha i cardini distrutti, l'altra è aperta, l'altra è rotta e la quarta è chiusa, ma con una sola mandata.
Sono così. Mia madre dice che dovrei mantenere una mia integrità, una mia corazza di orgoglio, ma non riesco mai a cestinare i rapporti del tutto. Traduzione: sono come mio padre.
Voglio (direi, devo) trovare un lato positivo con cui conservarlo, archiviarlo e aspettare di avere il coraggio di farmi risentire. Passeranno pure anni, ma tornerò. E' una minaccia, sì.

Di porte aperte non si può morire. 
Di capelli lasciati ad asciugare all'aria in pieno inverno nemmeno. 

Chi mi conosce di persona sa cosa io intenda con tutto ciò. Beh, lo sa anche la mia cervicale. 
Non sarei così felice ora se non avessi riaperto una porta, riesumato un legame, compreso che quel "non-so-che" c'era sempre stato e che i miei (i nostri) non detti erano un pretesto, una scusa.
Quella rabbia era altro. E me lo avevano anche detto.
Ma vuoi l'immaturità dei miei ventidue anni e dei suoi ventitré, vuoi la sua irruenza e la mia vigliaccheria, ci siamo adagiati in quel non detto di un pomeriggio d'autunno in cui ci siamo sussurrati, io in lacrime, lui risoluto, un ultimo gelido "ciao" al telefono, mentre avrei dovuto studiare per l'esame di Laboratorio di Chimica Organica II e non facevo altro che pensarlo.
Lui ha tenuto per sei anni l'ultimo messaggio che gli scrissi e me lo ha fatto rileggere.
Come lui lo aveva riletto per tutto questo tempo, ogni tanto, chiedendosi cosa mi passasse per la testa per scrivergli quello che gli avevo scritto (un voler bene sincero e puro e privo di rabbia, nonostante tutto).
Io com'è ovvio avevo cancellato tutto. Anche la sua esistenza dalla mia testa, per certi versi.
Poi, improvvisamente, una sera ho ricordato tutto... tranne un dettaglio: perché avessimo troncato.
E quando me lo hanno ricordato, mi sono messa a ridere, di gusto. Eravamo proprio dei cretini. E la faglia che si era creata in un gruppo di amici, da alcuni mantenuta tuttora, non ha proprio senso di esistere. Non sono la persona più adatta a parlare di "perdono" nel senso cristiano del termine, ma grazie al cielo si cresce e si va oltre.
E così in una sera d'autunno di millenni dopo l'ho ricontattato.
Dopo sei anni, pur essendo la parte "offesa".
Ecco che persona sono. Una persona senza orgoglio e senza amor proprio, ma che proprio di perdere amici inutilmente non se la sente, anche dopo anni.
Per me era diverso.
Sicuro, era qualcosa che avevo capito dopo anni, ma era miracolosamente accaduto.
E quel mio intuito, quella certezza che una seconda porta sarebbe stata a sua volta aperta, è stata la mia più grande fortuna.

M. 

Commenti

  1. Ti ringrazio per la citazione :* Vorrei esser anche io capace di lasciare la porta socchiusa, ma da brava bipolare qual sono la mia porta viene aperta quando sento il bisogno di rimediare a tutto e richiusa subito dopo quando penso al perchè tutto sia finito. Rancorosa? Non so, ma delusa sicuramente. Il problema è che anche questo mio modo di fare è una richiesta di attenzioni, un voler evidenziare il fatto che ho sì il desiderio di sistemare tutto ma non è nella mia natura fare il primo passo.

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    Risposte
    1. Cara mia, non mi ringraziare. Ringrazio io te e spero di aiutarti o di averti aiutata in qualche modo. Mi hai aiutata, commossa e ispirata. Abbi fiducia, fede o quel che è, arriverà il momento. Di qualunque cosa si tratti.

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  2. Penso che nei rapporti umani l'orgoglio sia una componente un po' labile, ne mettiamo troppo per certi aspetti, e poco in altri, ma secondo me va bene così, perché seguire quella vocina, lanciarsi a fare un'azione quasi del tutto illogica, fa parte dei rapporti umani.
    Son curioso di eventuali sviluppi :)

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