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Il romanzo dell'amministratore delegato

Buonasera, miei cari lettori.
Sono qui oggi senza niente da comunicare, ma con tanta voglia di parlare di ciò che mi sta accadendo negli ultimi tempi.
L'azienda nella quale sono stata assunta è peculiare per tante ragioni, la più importante delle quali è sicuramente il fatto che trasformi i contratti interinali in contratti a tempo indeterminato in relativamente poco tempo.
Ebbene, indovinate chi è l'unica alla quale non è stato riservato lo stesso trattamento? Proprio questa signorina qui, e dico bene, signorina.
Questa è stata la ciliegina sulla torta di festeggiamento di questi ultimi mesi della mia vita assolutamente catastrofici, assolutamente privi di poesia, assolutamente senza senso.
In un certo modo sono rimasta basita ma non estremamente delusa, forse perché si trattava dell'ultimo dei miei problemi, forse perché per quanto questo lavoro mi stia dando tanto, non è tutto.
Dico bene, signori, questo lavoro non è tutto. Contrariamente a quanto ci si possa aspettare da me e dal mio gran parlare, non sono totalmente assorbita dal lavoro. Non al momento almeno.
Ebbene, qualche giorno dopo il malaugurato evento, con conseguente scandalo nella mia divisione, e non solo, ho ricevuto una notizia dai miei nuovi capi (casualmente ho anche cambiato capo... casualmente) che mi ha lasciata sì, per una volta, senza parole.
L'amministratore delegato voleva parlarmi.
Ricevuto l'invito ufficiale, accettatolo e consigliata dalla sorella coinquilina sull'abbigliamento (consigli che, giustamente, non ho rispettato al mattino seguente) mi sono recata, di buon mattino come sempre, in ufficio.
Rimasta chiusa fuori come sempre, causa badge inesistente per me, povera interinale, ho atteso che arrivasse qualcuno, che casualmente era proprio l'amministratore delegato. E così, alle 7,50, è iniziato il colloquio con l'amministratore delegato. Con la mia solita faccia da caffè, ovvero con gli occhi a palla e pochi battiti di ciglia, quasi stavo per svenire quando mi ha chiesto: "M., parlami delle tue poesie".
Rimasta senza parole, ho iniziato a farfugliare qualcosa sul fatto che scrivo ancora, ma che presa dal lavoro tendo ad avere poca ispirazione. L'amministratore delegato, senza mai levarmi gli occhi di dosso ha scaraventato una pila di fogli a terra, e, preso un piccolo libro, me l'ha messo in mano: si trattava del suo romanzo giallo. Avrebbe voluto prestarmelo, ma non essendo esattamente il mio genere ha preferito desistere.
L'incoraggiamento che mi ha dato in qualche modo mi ha scossa: ha parlato del fatto che nessuno, di solito, confessa la propensione verso il genere letterario che è la poesia, che la dissonanza così profonda tra le mie poesie e il mio essere un chimico laureato rappresenta già di per sé una peculiarità talmente speciale da non dover essere sprecata, e che si scorge perfettamente nel mio comportamento (lui ha detto "si apprezza", io non saprei) l'accostamento e la lotta di questi due lati di me: il lato razionale e quello creativo, che, a dire dei miei colleghi, mi rende una sorpresa continua.
Al di là dei convenevoli, delle scuse per le notizie date in modo frettoloso e senza valutare la mia sensibilità e quella del restante interinale (peraltro di lunga data) mi ha fatto intendere che la scelta presa non era di per sé un dramma, e che mi sarei dovuta aspettare solo dei miglioramenti... che io non mi aspetto, ma sappiamo che sono pessimista di natura.
Analizzando i miei comportamenti mi rendo conto a posteriori che avrei potuto fare di meglio. Forse con un po' più di razionalità avrei saputo evitare di guardare nel vuoto o di esprimere fin troppo la mia solita timidezza che è in realtà un timore reverenziale nei confronti dell'autorità che mi porto dietro da troppo tempo.
Eppure quella domanda mi ha sconvolta: non mi sono mai vergognata delle mie poesie, anche se confesso che è molto più semplice spiegare che scrivo piuttosto che raccontare di me e del mio lato poetico...

chi lo sa, forse qualcosa sta cambiando.

Saluti da M., sempre e comunque
Chimicamente poetica.

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