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10/03/2010

Seduta sulla panca di legno antica, fuori dal laboratorio analisi, fissavo quel foglio in cerca di una risposta che andasse bene a tutti, tranne che a me.
Il desiderio - sepolto da quei numeri che sapevo interpretare perfettamente - di mettere al mondo un bambino nacque lì, sebbene così giovane, sebbene così inesperta.
Il solo dubbio, la sola idiozia, mi avevano dato qualcosa che non sapevo interpretare, nel mio vuoto e nella mia esasperazione. 
Rimasi ferma, chiamai il non padre e lo rassicurai.
Presi coraggio e tentai di alzarmi, ma scoppiai a piangere.
Non ne parlo mai, del disonore che avrei addossato ai miei genitori, dello sguardo di mia madre, della sua certezza che avessi rovinato i suoi piani commettendo il suo stesso errore, della telefonata in segreto alla ginecologa, dello "stupro" che subii per il nervosismo di quella visita, delle urla fuori dallo studio, della certezza che qualcosa sarebbe morto con me, con quella delusione mia, con quel sospiro di sollievo altrui. 
Rimasi ferma, piansi quel tanto che era necessario per non farlo nuovamente a casa, misi il responso in borsa e ritornai a casa con un percorso più lungo per dare modo ai miei occhi di sembrare meno arrossati.
Mio nipote giocava tranquillo e mi guardava con dolcezza, mia madre volle rileggere il responso, sicura della mia incapacità, ed io ritornai a studiare, o a far finta, come d'altra parte facevo da due giorni.
La mia migliore amica arrivò all'improvviso, mi abbracciò e mi rassicurò, anche se con i miei intorno non avrei potuto piangere. Presi mio nipote in braccio e gli chiesi un bacio, farfugliò qualcosa e ritornò da mia madre, restai in silenzio per una settimana e feci finta che nulla fosse successo.

Le brave bambine fanno così... 
o almeno così mi hanno insegnato.

M.

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