venerdì 22 maggio 2015

Level up

Regola n.1: sono una stronza e questo non cambierà con uno stipendio.
Regola n.2: affermare di dover andare a lavoro giusto per affermare quanto sia carina la frase "devo andare a lavoro".
Regola n.3: ricordarmi di aver trovato lavoro.
Regola n.4: auto-convincermi di essere stronza.

Questi e molti altri pensieri sono giunti nel mio povero cervello il 6 maggio, vigilia del mio ventiseiesimo compleanno, vigilia del mio primo giorno di lavoro.
Un regalo inaspettato quanto in qualche modo prevedibile, sebbene con modalità diverse da quelle realmente verificatesi.
Come regalo di compleanno ho in effetti ricevuto ben tre offerte differenti di lavoro, con una scelta ovviamente ricaduta sulla più allettante economicamente, contrattualmente, fisicamente, emotivamente.
Dopo 16 giorni è arrivato finalmente il momento di fare un bilancio: sto bene.
Il problema è che non mi sento stanca. Quando fai qualcosa che ti piace dovrebbe essere così, ed è un male, almeno in prima analisi, che io non mi senta forzata nell'andare a lavoro. Sono estasiata, mi sento in un posto mio. Frasi fatte a go-go. Non ci fate caso.

"Level up" è l'espressione usata nei giochi di ruolo online per dire che stai crescendo di livello.
It's ok... e quindi? E quindi sono felicemente cresciuta di livello, inaspettatamente, felicemente.
Non è un lavoro da topo da laboratorio, sento di aver trovato quello che cercavo: per me, per il mio futuro, per il mio stramaledettissimo lieto fine con annesso "posto nel mondo" di Fabio Volo memoria e... provateci voi a esprimere frasi di senso compiuto dopo una settimana di lavoro.
Sono talmente felice che potrei dare di matto, in una mia routine, in una mia lista di compiti che hanno un inizio e una fine... credo che i miei capi non si siano resi conto di ciò che hanno fatto.
Peccato per loro, avrei detto io in altri tempi. Sono un'ossessivo-compulsiva. Quando mi danno un compito DEVO finirlo brevemente e in modo completo. Credete che mi odieranno fra molto?
Forse, un giorno non molto lontano, mi abituerò a questa fortuna...

p.s. per una che non ha neanche spento le candeline... ok, avevo molti arretrati.
Ogni tanto ci vuole.

M.

domenica 3 maggio 2015

10/03/2010

Seduta sulla panca di legno antica, fuori dal laboratorio analisi, fissavo quel foglio in cerca di una risposta che andasse bene a tutti, tranne che a me.
Il desiderio - sepolto da quei numeri che sapevo interpretare perfettamente - di mettere al mondo un bambino nacque lì, sebbene così giovane, sebbene così inesperta.
Il solo dubbio, la sola idiozia, mi avevano dato qualcosa che non sapevo interpretare, nel mio vuoto e nella mia esasperazione. 
Rimasi ferma, chiamai il non padre e lo rassicurai.
Presi coraggio e tentai di alzarmi, ma scoppiai a piangere.
Non ne parlo mai, del disonore che avrei addossato ai miei genitori, dello sguardo di mia madre, della sua certezza che avessi rovinato i suoi piani commettendo il suo stesso errore, della telefonata in segreto alla ginecologa, dello "stupro" che subii per il nervosismo di quella visita, delle urla fuori dallo studio, della certezza che qualcosa sarebbe morto con me, con quella delusione mia, con quel sospiro di sollievo altrui. 
Rimasi ferma, piansi quel tanto che era necessario per non farlo nuovamente a casa, misi il responso in borsa e ritornai a casa con un percorso più lungo per dare modo ai miei occhi di sembrare meno arrossati.
Mio nipote giocava tranquillo e mi guardava con dolcezza, mia madre volle rileggere il responso, sicura della mia incapacità, ed io ritornai a studiare, o a far finta, come d'altra parte facevo da due giorni.
La mia migliore amica arrivò all'improvviso, mi abbracciò e mi rassicurò, anche se con i miei intorno non avrei potuto piangere. Presi mio nipote in braccio e gli chiesi un bacio, farfugliò qualcosa e ritornò da mia madre, restai in silenzio per una settimana e feci finta che nulla fosse successo.

Le brave bambine fanno così... 
o almeno così mi hanno insegnato.

M.