domenica 8 novembre 2015

Il romanzo dell'amministratore delegato

Buonasera, miei cari lettori.
Sono qui oggi senza niente da comunicare, ma con tanta voglia di parlare di ciò che mi sta accadendo negli ultimi tempi.
L'azienda nella quale sono stata assunta è peculiare per tante ragioni, la più importante delle quali è sicuramente il fatto che trasformi i contratti interinali in contratti a tempo indeterminato in relativamente poco tempo.
Ebbene, indovinate chi è l'unica alla quale non è stato riservato lo stesso trattamento? Proprio questa signorina qui, e dico bene, signorina.
Questa è stata la ciliegina sulla torta di festeggiamento di questi ultimi mesi della mia vita assolutamente catastrofici, assolutamente privi di poesia, assolutamente senza senso.
In un certo modo sono rimasta basita ma non estremamente delusa, forse perché si trattava dell'ultimo dei miei problemi, forse perché per quanto questo lavoro mi stia dando tanto, non è tutto.
Dico bene, signori, questo lavoro non è tutto. Contrariamente a quanto ci si possa aspettare da me e dal mio gran parlare, non sono totalmente assorbita dal lavoro. Non al momento almeno.
Ebbene, qualche giorno dopo il malaugurato evento, con conseguente scandalo nella mia divisione, e non solo, ho ricevuto una notizia dai miei nuovi capi (casualmente ho anche cambiato capo... casualmente) che mi ha lasciata sì, per una volta, senza parole.
L'amministratore delegato voleva parlarmi.
Ricevuto l'invito ufficiale, accettatolo e consigliata dalla sorella coinquilina sull'abbigliamento (consigli che, giustamente, non ho rispettato al mattino seguente) mi sono recata, di buon mattino come sempre, in ufficio.
Rimasta chiusa fuori come sempre, causa badge inesistente per me, povera interinale, ho atteso che arrivasse qualcuno, che casualmente era proprio l'amministratore delegato. E così, alle 7,50, è iniziato il colloquio con l'amministratore delegato. Con la mia solita faccia da caffè, ovvero con gli occhi a palla e pochi battiti di ciglia, quasi stavo per svenire quando mi ha chiesto: "M., parlami delle tue poesie".
Rimasta senza parole, ho iniziato a farfugliare qualcosa sul fatto che scrivo ancora, ma che presa dal lavoro tendo ad avere poca ispirazione. L'amministratore delegato, senza mai levarmi gli occhi di dosso ha scaraventato una pila di fogli a terra, e, preso un piccolo libro, me l'ha messo in mano: si trattava del suo romanzo giallo. Avrebbe voluto prestarmelo, ma non essendo esattamente il mio genere ha preferito desistere.
L'incoraggiamento che mi ha dato in qualche modo mi ha scossa: ha parlato del fatto che nessuno, di solito, confessa la propensione verso il genere letterario che è la poesia, che la dissonanza così profonda tra le mie poesie e il mio essere un chimico laureato rappresenta già di per sé una peculiarità talmente speciale da non dover essere sprecata, e che si scorge perfettamente nel mio comportamento (lui ha detto "si apprezza", io non saprei) l'accostamento e la lotta di questi due lati di me: il lato razionale e quello creativo, che, a dire dei miei colleghi, mi rende una sorpresa continua.
Al di là dei convenevoli, delle scuse per le notizie date in modo frettoloso e senza valutare la mia sensibilità e quella del restante interinale (peraltro di lunga data) mi ha fatto intendere che la scelta presa non era di per sé un dramma, e che mi sarei dovuta aspettare solo dei miglioramenti... che io non mi aspetto, ma sappiamo che sono pessimista di natura.
Analizzando i miei comportamenti mi rendo conto a posteriori che avrei potuto fare di meglio. Forse con un po' più di razionalità avrei saputo evitare di guardare nel vuoto o di esprimere fin troppo la mia solita timidezza che è in realtà un timore reverenziale nei confronti dell'autorità che mi porto dietro da troppo tempo.
Eppure quella domanda mi ha sconvolta: non mi sono mai vergognata delle mie poesie, anche se confesso che è molto più semplice spiegare che scrivo piuttosto che raccontare di me e del mio lato poetico...

chi lo sa, forse qualcosa sta cambiando.

Saluti da M., sempre e comunque
Chimicamente poetica.

martedì 30 giugno 2015

Ricordo

Racchiuso nello scrigno della nostalgia,
resta eternamente immortalato il ricordo.
Il sogno, reale e tagliente
Lungo il sottile confine del risveglio
Trascina ancora ai suoi piedi
Il velo di dolore
Che di luce ricopre il ricordo.
Tra le onde di infinito rivestite
Sulla schiuma che di vita ci riempie
Nelle piaghe di un passato così recente
Ingiallito e sbiadito dal distacco.



lunedì 29 giugno 2015

To be continued

È passato più di un mese da quando ho scritto un post. Mi spiace di aver abbandonato un po' questo mio angolo di mondo, non voglio scusarmi interpretando la grande lavoratrice.La prima che ha sofferto di questo distacco è stata la sottoscritta.Quante volte mi sono detta che non mi sarei dovuta vergognare di questo posto… fin troppo.Una mia conoscente ha aperto un blog e ha iniziato a scrivere, improvvisamente mi sono sentita strana. Al di là della solita gelosia che mi prende, quando vedo che qualcuno ha una maturità stilistica allucinante quando si sveglia la mattina e decide di scrivere (e magari usa la punteggiatura in modo più coerente), mi sono resa conto che tutto questo è un mio blocco mentale.Da un paio di giorni mi sento estremamente desiderosa di esprimere dei pensieri, mi sono detta che quello era un segno e… stop.Ho preso il pc portatile, mi sono sdraiata a letto e mi sono messa a scrivere.

A presto!

venerdì 22 maggio 2015

Level up

Regola n.1: sono una stronza e questo non cambierà con uno stipendio.
Regola n.2: affermare di dover andare a lavoro giusto per affermare quanto sia carina la frase "devo andare a lavoro".
Regola n.3: ricordarmi di aver trovato lavoro.
Regola n.4: auto-convincermi di essere stronza.

Questi e molti altri pensieri sono giunti nel mio povero cervello il 6 maggio, vigilia del mio ventiseiesimo compleanno, vigilia del mio primo giorno di lavoro.
Un regalo inaspettato quanto in qualche modo prevedibile, sebbene con modalità diverse da quelle realmente verificatesi.
Come regalo di compleanno ho in effetti ricevuto ben tre offerte differenti di lavoro, con una scelta ovviamente ricaduta sulla più allettante economicamente, contrattualmente, fisicamente, emotivamente.
Dopo 16 giorni è arrivato finalmente il momento di fare un bilancio: sto bene.
Il problema è che non mi sento stanca. Quando fai qualcosa che ti piace dovrebbe essere così, ed è un male, almeno in prima analisi, che io non mi senta forzata nell'andare a lavoro. Sono estasiata, mi sento in un posto mio. Frasi fatte a go-go. Non ci fate caso.

"Level up" è l'espressione usata nei giochi di ruolo online per dire che stai crescendo di livello.
It's ok... e quindi? E quindi sono felicemente cresciuta di livello, inaspettatamente, felicemente.
Non è un lavoro da topo da laboratorio, sento di aver trovato quello che cercavo: per me, per il mio futuro, per il mio stramaledettissimo lieto fine con annesso "posto nel mondo" di Fabio Volo memoria e... provateci voi a esprimere frasi di senso compiuto dopo una settimana di lavoro.
Sono talmente felice che potrei dare di matto, in una mia routine, in una mia lista di compiti che hanno un inizio e una fine... credo che i miei capi non si siano resi conto di ciò che hanno fatto.
Peccato per loro, avrei detto io in altri tempi. Sono un'ossessivo-compulsiva. Quando mi danno un compito DEVO finirlo brevemente e in modo completo. Credete che mi odieranno fra molto?
Forse, un giorno non molto lontano, mi abituerò a questa fortuna...

p.s. per una che non ha neanche spento le candeline... ok, avevo molti arretrati.
Ogni tanto ci vuole.

M.

domenica 3 maggio 2015

10/03/2010

Seduta sulla panca di legno antica, fuori dal laboratorio analisi, fissavo quel foglio in cerca di una risposta che andasse bene a tutti, tranne che a me.
Il desiderio - sepolto da quei numeri che sapevo interpretare perfettamente - di mettere al mondo un bambino nacque lì, sebbene così giovane, sebbene così inesperta.
Il solo dubbio, la sola idiozia, mi avevano dato qualcosa che non sapevo interpretare, nel mio vuoto e nella mia esasperazione. 
Rimasi ferma, chiamai il non padre e lo rassicurai.
Presi coraggio e tentai di alzarmi, ma scoppiai a piangere.
Non ne parlo mai, del disonore che avrei addossato ai miei genitori, dello sguardo di mia madre, della sua certezza che avessi rovinato i suoi piani commettendo il suo stesso errore, della telefonata in segreto alla ginecologa, dello "stupro" che subii per il nervosismo di quella visita, delle urla fuori dallo studio, della certezza che qualcosa sarebbe morto con me, con quella delusione mia, con quel sospiro di sollievo altrui. 
Rimasi ferma, piansi quel tanto che era necessario per non farlo nuovamente a casa, misi il responso in borsa e ritornai a casa con un percorso più lungo per dare modo ai miei occhi di sembrare meno arrossati.
Mio nipote giocava tranquillo e mi guardava con dolcezza, mia madre volle rileggere il responso, sicura della mia incapacità, ed io ritornai a studiare, o a far finta, come d'altra parte facevo da due giorni.
La mia migliore amica arrivò all'improvviso, mi abbracciò e mi rassicurò, anche se con i miei intorno non avrei potuto piangere. Presi mio nipote in braccio e gli chiesi un bacio, farfugliò qualcosa e ritornò da mia madre, restai in silenzio per una settimana e feci finta che nulla fosse successo.

Le brave bambine fanno così... 
o almeno così mi hanno insegnato.

M.

venerdì 24 aprile 2015

Un buon chimico fa esplodere qualcosa almeno una volta l'anno

Sono un chimico atipico... non sono il classico topo da laboratorio, anche se ho sempre amato l'atmosfera. Che dire, liquidi che cambiano colore, passaggi di stato, reazioni sotto flusso d'azoto e complicati aggeggi per un semplice travaso o filtrazione sono stati per molto tempo il mio pane quotidiano. Poi finisce tutto, o così dicono.
Dopo i tuoi 6-7 anni di laboratorio se va bene fai il dottorato, e fai lo sguattero, il ghost-writer, il responsabile della manovalanza e il chimico aggiusta-tutto 24 ore al giorno, se va male smetti del tutto di stare in laboratorio.
Ecco, io ho atteso questo momento con ansia: il momento in cui sarebbe stato di vitale importanza il mio background culturale, più che la resa delle mie reazioni. 
Sto ancora elaborando, per carità, quando non ho niente da fare uso "filtri a pieghe" come decorazione per la famigerata stanza in affitto e quando decido di avere qualcosa da fare guardo serie tv.
Ad esempio, vogliamo discutere del fatto che non ci siano serie tv dedicate a chimici che NON sintetizzano droga? Discutiamone, apriamo un dibattito. Si fanno belle cose anche senza droga, ve lo giuro. Sapeste... Beh, tralasciamo per oggi le mie digressioni. 
Ecco, ricordo con molta nostalgia i laboratori didattici più creativi, quelli dei primi anni, dove estraevamo indicatori colorimetrici dai fiori o lavoravamo a fotometri for dummies per determinazioni quantitative. 
I laboratori di Analitica erano molto coinvolgenti (a parte il nano urlatore), anche quelli di Organica ma senza esagerazione (non sono il tipo). Salvo per l'odore dei solventi organici (abbiamo tutti il nostro feticismo)... acetato di etile, THF, diclorometano! Lasciamo perdere. 
Ecco, se questo non bastasse, io ho un problema serio: ogni tanto devo far fare boom a qualcosa. Magari non la casa, magari non il forno già rotto del mio padrone di casa, magari non il laboratorio... ma ogni tanto è necessario. 
È per il bene degli altri. Lo dico, lo affermo, lo sottoscrivo. 
Mia madre, ad esempio, aveva paura di me: ogni volta che si friggeva qualcosa a casa mia, mi diceva di attendere che l'olio si freddasse prima di pulire la padella. Io la mettevo sotto l'acqua gelida immediatamente. Sono fatta così, ogni tanto devo vedere qualcosa schizzare, far casino o superare la soglia senza danni del bollore. 
Che gusto ci sarebbe a fare la pulizia del viso senza mettere il succo di limone direttamente sul bicarbonato! Quello è un signor esfoliante! Ecco, adesso direte che sono esagerata e non ho cura della mia pelle, ma è quella parte (esagerata) di me che mi fa ancora ricredere su chi ha osato affermare che non sono un "vero" chimico. 
Ne riparleremo alla conta dei tumori, perché di chimica bastarda ne ho fatta tanta (direi, troppa) e solo il calendario mi diceva di non essere in un laboratorio degli anni '60, non le condizioni al contorno. 
Per questo ad un certo punto della vita dovresti smettere... e poi tornare a far casini, perché un chimico vero è chimico sempre. 

M.

sabato 18 aprile 2015

Come una nuova Marie Antoinette

Come di una grande impetuosa tempesta,
cocci sparsi, cristalli in mille taglienti frammenti,
il risultato dell'eterna lotta
si scorgeva appena nel tramonto accennato,
di questa primavera già fuggita,
di quel raggio di sole già sparito.
La corona sul regale disastro,
coperta da un velo di vacua esasperazione
di una regina spodestata
per una giusta causa
mai pienamente compresa,
in quel misero venerdì di gennaio
con un colpo di stato
per i più solamente prorogato.
Le dame di corte desolate al passaggio
della regal donna privata di ogni gioiello,
svestita di ogni dignità,
priva di ogni turbamento,
attonita al risultato delle proprie azioni,
come una nuova Marie Antoinette
impreparata per il tremendo epilogo
fissava la ghigliottina
con atto di sfida...
giacché nessuno avrebbe mai osato,
fino a quando il boia non le mostrò
un destino di legno grezzo
e agevolmente preformato.


giovedì 2 aprile 2015

Alt+Ctrl+Canc

A un certo punto dovrò farla finita con l'insistenza: non sono più neanche arrabbiata. Sono domande, quelle che pongo quotidianamente, che fanno male in modo atroce. Me ne rendo conto, sono meno stupida di quanto sembrerebbe. Sono rimasta ferma sulle mie posizioni per troppo tempo.
"Dovrei cambiare idea" mi sono detta alla fine, trascorrendo gli ultimi giorni a credere che fosse giusto comportarmi in questo modo.
La mia testa non è un pc, questo è certo. Se avessi un comando immediato come "Alt+Ctrl+Canc", lo digiterei immediatamente. Avvierei la gestione delle attività e sopprimerei tutti i problemi, come un'applicazione bloccata. Dovrei farlo; dico questo perché sto continuando a commettere lo stesso errore da mesi, portando all'esasperazione chiunque. Non sono molto ragionevole, non mi discosto molto da un pc totalmente fuori controllo. Schermata blu della morte a parte.
Vorrei far finta di essere come gli altri, evitare il mio solito egoismo da vittima sacrificale e dire che, con orgoglio infinito, devo andare via per salvarmi da questo naufragio.
È tragicomico (l'ho già detto) che vada sempre così per me. Sono destinata ad incontrare gente volubile che mi riterrà un gioco da tavolo. Anche per anni, ma sono davvero un bel gioco, evidentemente. Signori, finalmente ho capito cosa sono! Dopo questa grande scoperta dovrei vincere un bel Nobel, mio nonno (beato lui che ci crede) alla veneranda età di 95 anni continua a chiedermelo insistentemente (il Nobel, con dedica a lui, si intende). Sarebbe contento, credo.
Ci sono voluti sei anni, complimenti a me, però. È una scoperta scientifica che non cambierà la vita a nessuno, ma c'est la vie.
Mi sento un po' patetica... un po' tanto. Rimango qui nel mio cantuccio, mi faccio chiudere nella scatola, urlo, strepito e mi calmo. Ascolto gli Smiths (tutti abbiamo bisogno di un po' di Morrissey nella vita) e procedo. Così la prossima volta potrò ricommettere lo stesso errore ed essere di nuovo cacciata nel mio cantuccio, nella mia scatola per nulla dorata, per nulla accogliente, per nulla poetica.

martedì 31 marzo 2015

Epilogo

Ho aspettato a lungo in piedi, 
il bivio di fronte a me, 
la banale diatriba 
fra il giusto e il corretto, 
fra la via semplice e la via tortuosa. 
Andare o restare, 
restare o ritornare, 
una vita che ti aspetta, 
una vita che si dischiude nuovamente.
La scelta che non va presa, 
la via che non va percorsa:
le scelte semplici che si sommano 
errate e infinitamente complesse 
negli anni si susseguono.
La fuga dai fantasmi, 
l'elenco degli errori, 
delle mie scelte corrette 
ma profondamente ingiuste.
Parafrasando gli anni, 
restando legati, 
lontani da noi chilometri,
lontano da me chilometri,
guardarti fuggire oggi 
come me fino a ieri.
Non vedo più lacrime, 
non vedo più rabbia, 
l'elenco dei miei peccati 
per nulla originali ha vinto:
l'epilogo è giunto a liberarti.


sabato 28 marzo 2015

Un anormale poco tranquillo sabato sera (tragi)comico di 20 euro più povero

Di fronte all'ennesimo invito in discoteca rifiutato, se fossi nella mia amica, smetterei di invitarmi.
Sono rimasta a casa un'altra volta, nonostante avessi la possibilità di mettermi in moto e andare a ballare. Diciamo che non è la voglia di ballare, ma di cancellare col ballo e la musica tutto il resto. Malauguratamente per me, la stanchezza gentilmente concessa da questo nulla cosmico applicato è fuori dai miei normali canoni. Sono abituata ad altro. Sono rimasta fuori senza far nulla, con una borsa nuova e 20 euro in meno, aspettando una risposta che non mi sento addosso, né, tanto meno, nella nuova insulsa e inutile borsa nera. Non dovrei stare così, ci sono infinite ragioni per cui non dovrei scrivere.
Ad esempio ho gli occhi arrossati.
Ad esempio sono profondamente arrabbiata.
Ad esempio ho mal di testa.
Ad esempio inizio sempre con dei buoni propositi e finisco con discorsi per voi inutili, dettati dalla stanchezza per tutta questa bella situazione.
Sono fattori poco rilevanti, ce l'ho fatta a scrivere la tesi con 2 ore di sonno addosso e 10 di lavoro in laboratorio, giusto? Visti i miei ritmi di novembre e dicembre dovrei, onestamente, smettere di lamentarmi, ma qui vige l'anarchia...
Ho una miriade di ragioni per urlare, ma non mi va.
Sono rimasta ferma davanti al cellulare per 10 minuti. "Non devi più chiamare, M."... quindi non chiamerò. Riascolto quella canzone, se solo mi facesse calmare.
Arrivo al punto di non ritorno e ritorno sempre. Sono stupida, ma davvero tanto.
Ci casco sempre, nella solita paranoia che vince chi fugge. Ho mai detto che sono il tipo che insegue? Beh, nel caso ci fosse stato qualcosa di diverso da aspettarsi da me, non mi hanno ancora avvertita. Ritornate più tardi.
Tutti hanno bisogno dei propri spazi. Regola inesplicabilmente legata a me, che di spazi miei non ne ho mai voluti. Ironia della sorte? Non avrei dovuto chiamare e ho ricevuto la chiamata. Sbaglio immane, rispondere. Sono un genio... lo so.

mercoledì 11 marzo 2015

Il solito copione

A 13 anni ho scritto una canzone:

"Io sono semplicemente me stessa,
con tutti i miei difetti e le mie pazzie.
E confesso di essere sempre più segnata
da questa vita senza te..."

Sicuramente con "senza te" intendevo qualche ragazzino, ma ho dei vuoti di memoria riguardo a quel periodo. Ad oggi direi che non riguarda una persona, bensì il vuoto che sento non essendo riuscita a mantenere legami per me fondamentali. Ah, il bello di auto-parafrasarsi!!!
La canzone non era male, smielata ma non in modo insopportabile; ricordo il motivetto, e me lo canticchio ogni tanto. Il testo era in mezzo a tutte le poesie che ebbi la geniale idea di gettare via a 15 anni... c'est la vie. Sarebbe la colonna sonora perfetta per questo periodo non-sense.
Siete pronti per un riassunto delle puntate precedenti? Lo so, la risposta è "no"...
Ho il serio dubbio che ogni frase da me formulata provochi un'azione peggiore e premeditata: la certezza di essere quella che sono non mi ha mai rassicurata.
Aneddoto random: io ad un colloquio di lavoro. Elegantemente vestita, agghindata in modo curato ma senza esagerare, il solito trucco, una parlantina che vuole mascherare mille dubbi. Il solito, insomma. Ai colloqui hanno sempre l'ardire di fare domande filosofiche. Io ho sempre l'ardire di rispondere nel modo più utile per i miei interlocutori: vagamente e senza sottintesi.

"Come ti vedi fra 5 anni?"
"Parlando di te, quali sono i tuoi 3 difetti? E i tuoi 3 pregi?"
"C'è un'area aziendale in cui ti ritrovi di più, rispetto alle tue caratteristiche personali ed emotive?"

Non sarebbe stato più semplice chiedermi la Divina Commedia a memoria?
Dilemmi.

M.


domenica 1 marzo 2015

Alla ricerca della blogger perduta

Sono troppo siciliana per stare con le mani in mano ad aspettare la manna dal cielo.
Ho passato gli ultimi tre quarti d'ora a litigare del nulla, cercare risposte ad un legame già lacerato e costellato di domande. Questa vita mi ammazza. È l'unica cosa che ho in testa adesso, le ultime due poesie che ho postato mi hanno rincuorata per cinque minuti, ma è come se in esse ricercassi qualcosa che non esiste più.
Quel post sulla mia follia mi ha sfinita. Non so come spiegarlo... l'ho scritto, ennesima richiesta d'aiuto lasciata qui, e poi, non che me ne sia pentita, ma semplicemente, non mi ci ritrovo del tutto. L'ho scritto in uno di quegli attimi di follia, l'ho lasciato lì perché avesse un senso come terapia.
Mi sto costringendo a non censurarmi. 
La poesia di aprile 2012 ha un valore particolare per me. Ecco, forse avrei dovuto scrivere una spiegazione. Non era un sogno, non lo so spiegare, quella notte non la dimenticherò mai. Sapete quelle esperienze strane del dormiveglia? Esattamente ciò che è accaduto. Ennesima follia, lei, in mezzo a tutte le mie altre.
E poi... l'ultima poesia pubblicata. Dura, per nulla elegante, quasi trascinata. L'avevo scritta a mano, dopo tanto tempo, era come se dovessi estrarre da me un pugnale sanguinante. Questo blog è la mia terapia, lo scrivo spesso, e non so come dare sfogo realmente a quello che mi accade se non scrivendolo, desolata, come sempre, dalla mancanza di feedback, siano essi positivi o negativi, degli altri nei miei confronti.
Me lo aspetto? Il contatto umano, un commento, una parola nei miei confronti? Sì, senza "forse", una buona volta, perché ho la necessità di comprendere come siano percepiti i miei contenuti, quanto siano considerati patetici o meno.
"Sto scrivendo", questo continuo a ripetermi, il mio flusso di pensieri non dovrebbe essere interrotto adesso, anche se temo che dire troppo di me dia spazio a troppo di tutto il male patetico che vivo ogni giorno. Non ho risposte, questa è la verità vera, quella senza filtri.

sabato 28 febbraio 2015

Il potere di non opporsi

Se solo avessi avuto
la forza di non oppormi 
a questa conclusione già scritta,
no, non saremmo giunti fin qui.

Continuo a ripetere la lista
delle parole già pronunciate,
vidimare è molto più semplice 
che ammettere lo sbaglio.
È qui con me, la sento,
la paura che sia l'ultima prova
concessa per pietà,
la tua ennesima ricompensa da me 
non meritata.

Se solo avessi avuto
la forza di non oppormi
alla tua fuga...

non saresti mai andato via. 

lunedì 23 febbraio 2015

5 aprile 2012

Sentivo la pioggia
battere piano sul tetto della veranda,
i passi trascinati sopra la mia testa,
una finestra chiusa male.
Il dormiveglia di una notte come le altre:
Pensieri un po’ sparsi un po’ uniti.
Un filo di lana che pende da un balcone,
gli aghi da maglia caduti per terra.
Il telaio è solo in mezzo alla stanza:
raggi di luce, ora è giorno.
È tutto vuoto. Non ti posso incontrare.
Sento la tua voce ma non ci sei.
Stavo per ore a guardarti:
la tua minuzia e il tuo impegno
mi colpivano.
Continuo a sentire la tua voce.


"It takes a fool to remain sane..."

Prima di incontrarti sono sempre stata convinta che un certo tipo di insanità mentale mi fosse concessa. Nella mia famiglia, prima o poi accadeva... Mi era già capitato e credevo che da allora ne sarei stata definitivamente esente.
Prima di incontrarti volevo ricominciare da capo, quando ti ho incontrato ogni dubbio era morto e sepolto. Mi sono sempre vista come uno squilibrio ambulante, quella calma altalenante che mi faceva compagnia da anni era la mia ancora di salvezza; in un modo strano, ma lo era. Lo studio era una via di fuga da quella follia latente ed era ciò in cui riuscivo meglio. Le relazioni umane erano un disastro. Mi ignoravano, gli altri... quando andava bene. Chi mi sopportava era invece condannato ad una sopportazione della sottoscritta a tempo pieno.
Non ho mai avuto un grado di autostima abbastanza elevato da ritenermi autonoma, anche e soprattutto per la mia educazione e per il mio carattere. Il bisogno di appoggiarmi a qualcuno e la conseguente gelosia - derivante dalla privazione di quel qualcuno - erano parte di me. Strano quanto prevedibile, comunque, questo caos aveva per me una sua logica perversa. Era il mio modo di gridare il bisogno di aiuto, di sostegno, lasciata a me stessa e ai miei costanti momenti di disagio. Sono rimasta bloccata lì, in quel limbo, oggi come allora. Mi ritrovo, oggi come allora, a contrastare da sola questi problemi mentali, fin troppo consapevole della loro natura.
Quando soffrivo di mal di testa e attacchi di panico ricorrenti mi prescrissero antidepressivi, nonostante la presenza contrariata di mia madre nella stessa stanza.
Era capitato due volte, con due neurologi differenti. Quando per la terza volta me li prescrissero soffrivo di fibromialgia lieve e iniziai finalmente una cura, fin quando una mattina d'estate il sonno troppo profondo fece prendere uno spavento a tre quarti della mia famiglia. Risultato ovvio: interruzione della cura.
Ho appena accettato l'idea che dovrei recarmi da uno psicologo. Saranno passati almeno dieci anni da quando me lo consigliarono. È difficile: difficile accettare ciò che potrei scoprire, difficile volere qualcosa di diverso dalla propria vita, dai propri sogni, dai propri desideri. Difficile cambiare improvvisamente carreggiata e comprendere che si è sempre andati contromano. Il mondo, gli amici, la famiglia, la carriera scolastica: tutto mi ha comunicato in ogni momento che stavo sbagliando, ma, come se avessi volontariamente annebbiato i miei recettori, la mia vista, il mio udito, tutto, ho deliberato che in effetti erano gli altri ad andare contromano, non io.
Il che è scientificamente e logicamente impossibile.
Scrivere è una forma di cura, ma spaccare questo vaso di Pandora (aprirlo semplicemente non è contemplato) mi ha sempre fatto paura.
Prima di conoscerti pensavo che il peggio di me fosse stato sepolto, ma ciò non era per nulla vero. Oggi come ieri sono consapevole del male che sono capace di infliggere a chi mi sta attorno in nome delle mie pretese ingiustificate di ulteriori attenzioni... e ho paura di me stessa.
Sono emotivamente e chimicamente un casino.

M.

venerdì 30 gennaio 2015

Osservandoci

Guardavi le formule
scritte, scrutandole mi osservavi.
Uno studio attento
come di un libro assegnato,
ti osservavo anche io, 
quasi per caso. 
Ogni parola che in me
ti voleva descrivere, 
adesso ti ricorda
con nostalgia infinita.



sabato 24 gennaio 2015

Una sirena triste

Il sole e le onde
consolavano l'anima,
il vento solitario
la accarezzava,
la terra sotto i piedi
tremava.
Ad ogni onda fremeva,
sirena la cui voce 
non incantava più,
il marinaio era partito
per altri porti.
Il fuoco ne aveva abbreviato
l'attesa per la fuga,
ma bruciava per ferite
nascoste, dei suoi canti
ne faceva storie ammaliatrici.
Scoperto che la tristezza
allontana, svelata l'arcana
verità per nessuno oscura,
dischiuso lo scrigno dei suoi segreti,
sola con se stessa e la sua malinconia,
la sirena alzò gli occhi,
il mare la cullava dolcemente,
ma nessun vento l'avrebbe 
più accarezzata, 
nessun appiglio era più sicuro.



mercoledì 21 gennaio 2015

Conclusioni, incipit & nulla assoluto

Sono una dottoressa magistrale in chimica.
Devo scriverlo per rendermene conto, chi mi conosce è pienamente conscio del fatto che non ho smesso di studiare dall'età di sei anni e probabilmente non smetterò neanche ora.
La legge però mi dice che il 17 dicembre scorso, di fronte ad una assonnata platea, sono diventata dottoressa.
Chi mi ha chiesto di ricominciare a scrivere, dicendo che questo vuoto silenzio mi distrugge, ha detto il vero... aspettare LA chiamata ha un che di assolutamente inutile.
L'incipit della mia nuova vita è stancante. Aspetto, aspetto ancora, prima o poi riceverò un segno.
Qualcosa di me si è perso in questa vita di sacrifici, l'ho seppellito sotto un mare di formule.
Volevo l'arte, volevo la passione, volevo la creatività: la mia famigerata integerrima esperta di scienza mi ha calpestata senza tener conto delle conseguenze.
Io e il mio ego ferito aspettiamo la vendetta. Sto assaporando tutto questo, in attesa del secondo colloquio per una posizione che non ha nulla a che fare con me.
Sei anni della mia vita, sacrifici, sogni... per un "le faremo sapere a fine mese" che mi lascia ancora qui. Un po' come essere tornata adolescente, con desideri da grande, con una camera in affitto che mi sta stretta, e un mondo che sembra si stia prendendo gioco di me. Aspetto il grande passo, mentre la poesia... l'unica cosa che mi tenesse davvero viva dentro, l'ho messa da parte, l'ho seppellita.
Sono delusa. Odio tutto e tutti.
Voglio qualcosa di mio, dovrei smettere di scriverlo ed iniziare a lottare per ottenerlo!

Bentornata, M. 
Allegra come sempre!